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02/03/2019, 17:33



Come-un-cane-morto-al-guinzaglio


 La strada era deserta.Katia camminava piano, la testa persa in un pensiero grigio. Le lettere di amore di Carlo, tutte le sue lettere, erano nella borsa di cuoio, stretta tra il suo gomito e il suo fianco. Quante bugie. Le avrebbe distrutte, le a



La strada era deserta.
Katia camminava piano, la testa persa in un pensiero grigio. 
Le lettere di amore di Carlo, tutte le sue lettere, erano nella borsa di cuoio, stretta tra il suo gomito e il suo fianco. 
Quante bugie. 
Le avrebbe distrutte, le avrebbe bruciate. Le avrebbe fatte a pezzi e gettate nel mare. 
Senza neanche accorgersene, aveva cominciato a piangere. 
Gli occhi le bruciavano.
Lo strattone al braccio e il dolore alla spalla la scossero. 
In un attimo incrociò lo sguardo di un ragazzino con gli occhi spalancati. 
Lo slancio in avanti le aveva quasi fatto perdere l’equilibrio. 
Istintivamente tentò di tirare la borsa a sé con entrambe le mani, per la tracolla. 
Il ragazzino aveva, nel frattempo, afferrato la borsa saldamente e la tracolla le sfuggì tra le dita.
Katia lanciò un urlo di frustrazione. 
Nella borsa, a parte i documenti, c’erano pochi soldi e un vecchio cellulare. 
E le lettere di Carlo
A questo pensiero cominciò a correre. 
Correva dietro quelle lettere che voleva bruciare, che doveva ridurre a nulla. 
Mentre correva con le scarpe alte che la sostenevano male, le scarpe dure che le stringevano il tallone, il respiro affannoso, pensava a quelle pagine piegate in tre, 
in carta leggera, vergate con la stilografica azzurra. 
Le gambe si slanciavano freneticamente in avanti e sotto i piedi le sfuggiva la propria ombra. 
Il ragazzino scappava veloce, una macchia color marrone e jeans che apparteneva ai muri corrotti, macchiati con lo spray rosso, 
con lo spray nero.
Respirava con la bocca, la saliva le si seccava continuamente, le gengive le formicolavano. 
Le ginocchia sembravano fluide, sotto lo sforzo, sentiva che guadagnava terreno. 
Il ragazzino aveva cominciato a guardarsi dietro, sbalordito. 
Gli occhi scuri sudavano lacrime, la cinghia della borsa stretta nel pugno, muoveva la testa a scatti dietro le spalle ogni tre-quattro balzi in avanti.
Fu solo quando gli calpestò il tallone con la punta della scarpa che Katia si rese conto di averlo raggiunto. Con un urlo gli afferrò le spalle. 
La lana ruvida del maglione le graffiò il palmo della mano. 
Il ragazzo sembrava intontito. 
Si era voltato di scatto ma Katia aveva già cominciato a graffiargli il viso e a colpirlo convulsamente con le ginocchia. 
Stordito lanciò la borsa in mezzo alla strada, spinse Katia lontano da sé e riprese a scappare.
Katia si voltò ansimante e guardò la borsa abbandonata sull’asfalto pieno di buche. 
Un paio di macchine erano già passate sopra la tracolla che si era spezzata. 
Il cuore le batteva nelle orecchie e le lacrime avevano ripreso a scenderle sulle guance. 
Vide che la strada era libera, l’attraversò, raccolse la borsa. 
La guardò un attimo, come se le fosse estranea. Tornò sul marciapiede. 
Aprì la borsa, prese il borsellino con i documenti, i soldi e il cellulare e se li ficcò in tasca. 
Poi, con nel pugno l’estremità della cinghia rotta, prese a trascinarsi la borsa dietro, con dentro le lettere d’amore, 
come un cane morto al guinzaglio.



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